Il dibattito sullo sviluppo del Mezzogiorno si arricchisce oggi di una riflessione profonda e necessaria, che mette a nudo le fragilità di uno degli strumenti più ambiziosi degli ultimi anni: la ZES Unica. Quella che doveva essere la “scossa” per l’economia del Sud Italia sta infatti rischiando di trasformarsi in un paradosso burocratico dove le aspettative delle imprese si scontrano con la dura realtà dei numeri. L’allarme non arriva solo dai tavoli della politica, ma dal cuore pulsante delle professioni tecniche, attraverso l’analisi lucida del Dott. Andrea Sangregorio, esperto in finanza agevolata, che evidenzia come il passaggio da un credito d’imposta teorico del 60% a uno effettivo del 36% rappresenti molto più di un semplice errore di calcolo.
Secondo la visione di Sangregorio, che affonda le sue radici nella teoria economica classica, gli incentivi non sono regali, ma strumenti correttivi. Richiamando la teoria delle esternalità di Arthur Cecil Pigou, l’esperto spiega che lo Stato interviene con il credito d’imposta per colmare quel divario che rende un investimento rischioso per il privato ma fondamentale per la società, come la creazione di posti di lavoro o l’innovazione tecnologica. Tuttavia, quando l’incentivo diventa imprevedibile, la sua stessa funzione viene meno. Un imprenditore che pianifica un acquisto di macchinari contando su un ritorno del 60% e si ritrova con poco più della metà, non subisce solo un danno economico, ma vive un vero e proprio “tradimento” del principio di affidamento verso le istituzioni.
Il percorso della ZES Unica è stato segnato da una serie di provvedimenti dell’Agenzia delle Entrate che hanno minato la fiducia degli operatori. Sangregorio ricostruisce con precisione la sequenza dei fatti: dal primo crollo dell’estate 2024, quando la fruibilità dell’incentivo precipitò a un drammatico 17%, fino alle recenti determinazioni di dicembre 2025 che fissano il credito reale intorno al 36%. Questo meccanismo, definito “a rubinetto” o a tetto di spesa, protegge i saldi della finanza pubblica ma scarica l’intero rischio finanziario sulle spalle delle piccole e medie imprese. Il risultato è un clima di incertezza sistemica che scoraggia la pianificazione di lungo periodo, proprio l’elemento di cui il territorio avrebbe più bisogno per colmare i divari storici.
Le ripercussioni di questa fluttuazione dei benefici sono tangibili e preoccupanti. Molte aziende, sulla base del beneficio promesso, hanno assunto impegni finanziari pesanti o contratto debiti bancari. La riduzione inattesa del credito d’imposta può ora compromettere il rispetto dei parametri richiesti dalle banche (i cosiddetti covenant), innescando potenziali crisi di liquidità o necessità di rinegoziazione dei prestiti. È il cortocircuito della politica economica: uno strumento nato per stimolare la crescita finisce per alimentare la diffidenza, trasformando l’impresa delusa di oggi nel soggetto diffidente che domani sceglierà di non investire più.
A guidarci in questa complessa analisi è Andrea Sangregorio, una figura di spicco nel panorama professionale siciliano. Dottore Commercialista e Revisore Legale con una specializzazione ultraquindicinale in finanza agevolata e fondi europei, Sangregorio non è solo un consulente per il settore privato, ma un profondo conoscitore delle dinamiche istituzionali. La sua carriera vanta collaborazioni di altissimo livello, tra cui quella con Invitalia per la gestione di progetti complessi e il coordinamento di investimenti legati ai fondi strutturali per la Pubblica Amministrazione. Attraverso il suo studio, Sangregorio si è affermato come un punto di riferimento per le imprese che cercano di navigare nel mare magnum della burocrazia incentivante, portando avanti una battaglia per la certezza del diritto e della programmazione economica.
L’analisi di Sangregorio non si ferma alla critica, ma suggerisce una via d’uscita necessaria. Occorre superare la logica del plafond cieco che penalizza chi arriva dopo o chi investe di più. La proposta è quella di tornare a meccanismi di stabilità temporale e previsionale, garantendo agli imprenditori di conoscere l’entità del supporto prima ancora di accendere i motori della produzione. In un momento in cui la Sicilia è chiamata a sfide epocali, dalla Super Zes regionale ai nuovi piani di tutela ambientale, la lezione che arriva dal caso ZES Unica è chiara: la fiducia è il primo capitale di cui un territorio ha bisogno per tornare a crescere. Senza regole certe, anche il finanziamento più generoso rischia di diventare un’occasione sprecata.